
Un libro modesto, nel complesso. Si badi bene: per modestia intendo senza presunzione e dunque, in un certo modo, distante nel dare al lettore pre-giudizi – non indenne comunque dall'averne. Inizio un po' astruso per una recensione il mio, in quanto reputo importante – nella mia ignoranza di neo-studente di Architettura – questo tipo di impostazione in un volume di carattere storico, quale quello in esame (Paolo Nicoloso, «Gli Architetti di Mussolini», Franco Angeli, 1999 Milano, pp. 230, € 20,00): volendo, si possono notare le sviste o gli errori, la lettura forse pregiudiziale di alcuni fatti storici; preferisco però apprezzare di quest'opera la densità elle note proposte – che tracciano un archivio oggettivo ed indipendente di "supporto" alla storia raccontata –, la chiarezza espositiva (anche nella sua fedele aderenza alla non-linearità della storia in genere), il tentativo di esporre ogni incongruenza che permette il non sedimentarsi di una semplicistica classificazione o bianco o nero dei personaggi (nonostante nella parte finale, com'è normale e come preannunciato nell'introduzione, ciò avvenga) ed infine il non far prevalere una propria tesi unificatrice su quanto raccontato. Proprio quest'ultimo punto avvicina il narratore, uno storico animato – a me sembra – da ottimi propositi, al lettore, rendendo di fatto l'appassionante opera un manuale, base per interpretazioni e critiche successive.
Premessa lunga e necessaria per quest'opera che risulta forse un po' anonima poco interessante. Non so – mi appello sempre al mio status di neofita – se essa sia "la prima" o "la migliore" su tale periodo, però vorrei permettermi di rispondere a chi mi chiede: "perchè leggere questo libro?". Le ragioni – o meglio, le necessità – per iniziare sono due.
La prima, forse quella meno "soddisfatta", è il voler capire l'identità della moderna scuola di architettura italiana (quella di origine, la "prima", antecedente ai subbugli di Valle Giulia); il percorso è interessante alla luce dell'attuale situazione di crisi nostrana che dovrebbe portarci ad una profonda riflessione sui metodi d'insegnamento della disciplina architettonica, dunque sulla sua identità.
La seconda ragione è da ricercare nella reazione che suscita nel potenziale lettore il sottotitolo: "Scuola e sindacato, architetti e massoni, professori e politici negli anni del regime", quando il regime non è solo uno sfondo storico ma uno dei componenti della narrazione. Non penso ci sia bisogno di ulteriori aggiunte da parte mia.
Ci tengo ad una precisazione finale, che riprende una tesi accennata da Nicoloso, certamente non nuova, che però penso sia premessa fondamentale per leggere storicamente questo volume. A qualunque fazione politica vada la nostra simpatia è grave errore giudicare negativamente quelle figure – praticamente tutte – legate, anche in veste di convinti ed entusiasti, al fascismo. È da capire ciò che spingeva molte di quelle menti ad impegnarsi nello stato fascista, mosse da una caratterizzazione viscerale della disciplina architettonica come mezzo assoluto, politico e sociale a favore della società e del benessere (solo come spunto si pensi al Manifesto dei Fasci di Combattimento); del resto non è questa una caratterizzazione del tutto simile, per esempio, a quella lecorbuseriana dell'architettura come veicolo di democrazia?
Nota finale: solitamente salto a piè pari l'introduzione, e so di non essere l'unico a farlo. In questo caso però invito chi si comportasse come il sottoscritto a far un'eccezione: essa fa parte del racconto, ed è indispensabile, assieme alle conclusioni, per raccordare il "prima" ed il "dopo" la trattazione. Invito però a tralasciare, almeno in prima lettura, tutte le note.

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